l devastante Burnout degli Insegnanti…

3 Nov

 

di Gesualdo La Porta

Ecco il docente.

Arriva giusto in tempo, si siede in fondo alla sala buia sprofondando in una seggiola comoda come un cactus. È un atto di zombismo questo suo accomodarsi, sembrerebbe la prima inquadratura di Nitrato d’argento ma è un Collegio Docenti.

Il tweeter stride al sibilo dissuasivo del Dirigente-Sciamano, davanti a lui un centinaio di teste in burnout, alcune ormai vittime di una psicopatologia conclamata. La mente si distacca dal corpo come in una meditazione in una comune di Osho per sopravvivere a quel martirio forzato, ma essa ha dimenticato il cielo, le stelle, il mare al tramonto e tutti i sogni felici perché pensa:

  1. agli alunni sempre più insofferenti, indisciplinati e ignoranti
  2.  ai compiti da correggere e verbali da controllare (o finire) fino a tarda serata
  3. ai genitori che minacciano denunce, reclami e sollecitazioni al Dirigente
  4. all’affitto da pagare
  5. alla puzza di piedi delle classi prime
  6. agli alunni che si menano festosamente durante la ricreazione
  7. a cosa mangiare per cena
  8. all’autobus sgangherato che prenderà a fine giornata, arrivando a casa giusto il tempo per avvelenarsi placidamente con una puntata di Floris.[1]

No, non è un film di Tarantino o Albel Ferrara.

Non stiamo esageriamo, non sono luoghi comuni o dicerie. Parlano i dati, i fatti non sono congetture: già nel 1979 (quando ancora non esistevano gli SSRI [2]) uno studio su 2.000 insegnanti dell’area milanese rilevò che il 30% del campione faceva uso di psicofarmaci [3]

L’indagine del 2004 apparsa sulla prestigiosa rivista scientifica La Medicina del lavoro [4] conferma e ingrandisce quei dati, dimostrando che il disagio mentale, tra i docenti, è in costante aumento. Nella scuola – non solo in quella italiana – si registrano tragici rischi psicosociali con percentuali mai riscontrate in altre categorie professionali: mobbingStress Lavoro Correlato e il devastante burnout [5].Quest’ultimo è conosciuto ai più come il titolo di un videogame automobilistico di qualche anno fa, ma non è di questo – ovviamente – che stiamo scrivendo, bensì di una sindrome che colpisce sempre più lavoratori della scuola. Oggi, anche gli insegnanti “sani” (scientificamente definiti “la base”) sono “potenzialmente a rischio di logoramento psicofisico”.

La categoria professionale dei docenti, poiché maggiormente esposta ad usura psicofisica, rientra notoriamente tra le cosiddette helping profession. Nonostante ciò l’opinione pubblica ritiene che gli insegnanti fruiscano di una condizione privilegiata. La classe medica è praticamente all’oscuro delle patologie psichiatriche conseguenti al Disagio Mentale Professionale nei docenti (DMP). Nonostante in Francia sia stato da poco lanciato l’allarme suicidio nella categoria, ed in Giappone osservato il raddoppio delle malattie di natura psichiatrica in un decennio, continua la carenza di pubblicazioni scientifiche sul DMP degli insegnanti. [6]

Non solo gli insegnanti sono dei potenziali “malati psichiatrici”, ma presentano una naturale propensione a beccarsi tutte le malattie esistenti più di altre categorie di lavoratori. I dati dimostrano addirittura delle percentuali drammatiche dell’incidenza di neoplasie legate alla professione nella popolazione docente (ad esempio le laringopatie).

Senza troppi giri di parole, la questione è che se fai l’insegnante hai più probabilità di avere un tumore o una psicosi. Ecco un grafico che compendia alcuni dati a confronto tra le percentuali delle patologie psichiatriche degli insegnanti e quelle delle altre categorie professionali analizzate recentemente in uno studio.

Sebbene le ricerche sull’argomento siano ormai abbastanza autorevoli e approfondite – anche grazie all’impegno del dott. Vittorio Lodolo D’Oria [7] che si occupa del DMP [8] dal 1998 – l’opinione pubblica continua a considerare e etichettare il mestiere dell’insegnante come uno pseudo lavoro, un impegno part-time [9] o il marchio del fannullonismo, l’origine della rovina delle giovani generazioni o addirittura la causa dell’effetto serra.

Solo ultimamente la politica se ne è occupata (per modo di dire). L’onorevole Daniela Sbrollini (PD) ha presentato un’interrogazione parlamentare nel 2009 ma l’effetto non è stato sicuramente quello sperato.

[…] i reiterati episodi di cronaca nera riportati dai mass media (maestra che taglia la lingua ad alunno [10], professore investe di proposito due suoi studenti eccetera) meritano di essere attentamente considerati quale eventuale espressione di disagio mentale professionale anziché venir liquidati come fatti sporadici; è in fase iniziale il dibattito sull’innalzamento dell’età pensionabile delle donne, pur non disponendo di alcun dato nazionale sul disagio mentale professionale degli insegnanti  […] [11]

Stessa sorte per l’interrogazione [12] dell’onorevole Valditara (FLI), rimasta inascoltata dalla maggioranza parlamentare.

Che la situazione sia assolutamente tragica lo hanno capito ancora in pochi. Molti lo sanno ma fanno finta di nulla, perché la patata è decisamente bollente, e più che una patata è un cocomero: in termini pratici si tratta di occuparsi – con oneri anche economici – di circa 1.000.000 di lavoratori.

Ma questo tragico stato di cose non si ferma al disagio psichiatrico.

Si va oltre, c’è anche il suicidio.

In Italia, purtroppo, se ne verificano circa 3.000 ogni anno [13]. Non entriamo nel merito con stime e percentuali per questioni di rispetto e buon senso, ma il problema è decisamente serio [14]. Se in vent’anni (dal 1992 ad oggi) le patologie psichiatriche dei docenti sono raddoppiate vuole dire – semplicemente – che qualcosa non va.

Neppure i presidi hanno compreso la gravità del problema, ma la cosa più spiacevole è che esiste l’ingiustificabile atteggiamento dei docenti a considerare l’invito a rivolgersi alla Commissione medica di Verifica (CMV) come un atto di mobbing del dirigente nei loro confronti [15]. Un comportamento che certo non aiuta la risoluzione dei problemi, anzi li ingigantisce.

Come risolvere tutto questo? Come far ritornare il sorriso e azzerare lo stress?

Ci sarebbero due soluzioni.

La prima ci arriva da un aforisma di Giovanni Papini, intellettuale fiorentino che più o meno cento anni fa [16] disse “Chiudiamo le scuole”. Poiché questa tattica non ci convince del tutto (è quella implicita nell’attuale programma ministeriale…), passiamo immediatamente alla seconda, che più che una soluzione è un “pacchetto di proposte”:

  1. Dopo i 50 anni rendere obbligatorio il part-time (a stipendio intero però).
  2. Assumere personale dei servizi d’ordine in ogni Istituto.
  3. Aumentare gli stipendi in modo consistente (almeno il doppio).
  4. Mensa gratuita o buoni pasto per tutti i lavoratori della scuola.
  5. Classi con non più di 15 alunni.
  6. Aumentare le compresenze tra docenti.
  7. Assegnare un docente di sostegno a tempo pieno in ogni classe al di là della presenza o meno di alunni diversabili.
  8. Abolire il precariato (non ammazzando i precari, ma assumendoli in ruolo).

Purtroppo lo sappiamo tutti, il Miur non sembra andare in questa direzione.

Se le cose dovessero rimanere così ci sarà un’acutizzazione del problema, che a quel punto diverrà irrisolvibile.

Gesualdo La Porta

 

[1] State ridendo dopo aver letto questa lista? Non fatelo, perché è liberamente ispirata a una tabella (la quinta, Elenco dei potenziali indicatori di stress nella scuola), contenuta in uno studio molto approfondito del 2009 (La Medicina del lavoro N. 3/2009 – Lodolo D’Oria Vittorio. Professione docente: un mestiere a rischio di disagio psichico?).

[2] Acronimo di selective serotonin reuptake inhibitors, ovvero “Inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina”. Gli SSRI sono una classe di composti in genere utilizzati come antidepressivi nel trattamento della depressione, disturbi d’ansia, e di alcuni disturbi di personalità.

[3] Studio effettuato dalla CISL assieme all’Università di Pavia.

[4] Quale rischio di patologia psichiatrica per la categoria professionale degli insegnanti?, in La Medicina del Lavoro, n°5/2004.

[5] La parola burnot è stata introdotta nella psicologia da Herbert Freudenberger nel 1964 con il suo studio Staff burnout. Probabilmente Freudenberger si è ispirato al romanzo di Graham Greene A burnt-Out Case del 1960.

[6] Professione docente: un mestiere a rischio di disagio psichico? Ingadine su stereotipi, vissuti, biologia e prospettive di una professione al femminile, in La Medicina del Lavoro, N. 3/2009.

[7] Del dott. Lodolo D’Oria consigliamo la lettura del suo ultimo libro, Pazzi per la scuola. Il burnout degli insegnanti a 360°: prevenzione e gestione in 125 casi, Alpes Edizioni, 2010.

[8] Disagio Mentale Professionale.

[9] Tipica frase italiota: “18 ore alla settimana e 3 mesi di ferie me lo chiami lavoro?!

[10] La on. Sbrollini si riferisce al clamoroso episodio avvenuto a Milano qualche anno fa. Maestra taglia lingua a un bimbo. «Un gioco», Corriere della Sera, 27 Febbraio 2007, p.19.

[11] Interrogazione a risposta scritta 4-05374 presentata da Daniela Sbrollini, venerdì 11 dicembre 2009, seduta n.257.

[12] Interrogazione a risposta scritta 4-04347 presentata da Giuseppe Valditara, mercoledì 12 Gennaio 2011, seduta n.485.

[13] Più o meno 5/6 ogni 100.000 abitanti. Dati Istat.

[14] Innumerevoli le notizie che raccontano dell’ennesimo docente che si è tolto la vita. Hanno destato clamore, recentemente, l’episodio di Genova nel marzo del 2010 e quello di un’insegnante di lingue di Treviso nel gennaio 2011. Non dimentichiamo – ne parleremo in un altro paragrafo – che purtroppo questi episodi riguardano anche molto (troppi) alunni.

[15] Secondo Vittorio Lodolo D’Oria lo pensa il 60% degli insegnanti.

[16] 1 giugno 1914.

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