I professori al lavoro contro i professori al governo

17 Nov

di Francesco Locantore

 

Lo scorso 12 ottobre, il giorno prima dello sciopero della scuola indetto dalla Flc Cgil, è stato reso noto il testo del disegno di legge di stabilità, in cui è contenuta, tra le altre cose, la proposta del governo Monti di innalzare l’orario di lezione frontale per i docenti delle scuole secondarie da 18 a 24 ore settimanali. La notizia ha rianimato una categoria sopita dagli anni del movimento contro la riforma Moratti (nel 2008 e 2009 erano state soprattutto le scuole elementari e i precari a mobilitarsi), che tuttavia sta dimostrando di non essere disposta ad accettare passivamente le politiche di austerità applicate alla scuola. Nei giorni immediatamente successivi, nelle scuole si sono tenute assemblee sindacali sollecitate dal basso e collegi dei docenti, in cui veniva messo in discussione non solo l’ultimo provvedimento, che avrebbe provocato un taglio di un ulteriore miliardo di euro e il licenziamento di oltre 30mila docenti – soprattutto precari – dopo i tagli e i licenziamenti di massa già realizzati dal governo Berlusconi, ma anche le idee di fondo che stanno muovendo i governi liberisti degli ultimi anni riguardo alla scuola.

Le mozioni approvate nei collegi e nelle assemblee di centinaia di scuole (solo a Roma sono ormai oltre 130, ma la situazione è diffusa in tutta Italia) sono molto simili tra loro in quanto alle questioni sollevate.

In primo luogo la questione dell’aumento dell’orario di lavoro. Il governo ha provato a far leva sul senso comune secondo cui gli insegnanti sarebbero una categoria privilegiata che con poche ore di lavoro giornaliero ha la possibilità di integrare i bassi stipendi con altre attività professionali. Se è innegabile che una parte degli insegnanti svolga anche altre attività, lo è anche che chi – per scelta o per necessità – vuole prendere sul serio il lavoro dell’insegnante ha da lavorare ben oltre le ore di lezione frontali. Ci sono le attività scolastiche cui non è possibile sottrarsi, come i consigli, le riunioni di dipartimento, i collegi docenti, i ricevimenti dei genitori ecc. ma anche la preparazione delle lezioni a casa, l’aggiornamento, la predisposizione e la correzione delle verifiche. In tutto questo è normale, ed è così che funziona anche nella maggior parte dei paesi europei, che l’orario di lezione frontale sia intorno alle 18 ore settimanali. Sempre che si voglia garantire la possibilità che ci siano insegnanti che facciano bene il loro mestiere, nonostante siano scoraggiati dalle condizioni economiche (gli stipendi tra i più bassi d’Europa e al limite della soglia di povertà relativa, gli scatti di anzianità bloccati e il contratto fermo al 2009…) e pratiche (le classi sovraffollate, la competizione tra le scuole per accaparrarsi iscritti, lo strapotere dei dirigenti…) in cui sono costretti a svolgerlo.

Questo concetto è sembrato subito chiaro agli studenti e alle loro famiglie, che nella maggior parte dei casi hanno fatto proprie le rivendicazioni dei docenti e solidarizzato con le forme di lotta che si sono messe in atto nelle scuole, comprese la sospensione delle attività aggiuntive, sportelli, corsi di recupero, visite guidate… arrecando proprio agli studenti un disagio non indifferente. Risulta inoltre chiaro a tutti che questo è un attacco a tutti i lavoratori pubblici, che si vedono l’orario di lavoro stabilito per legge e non per contratto, e che fa il paio con l’attacco subìto dai lavoratori del settore privato – in primis alla Fiat di Marchionne – sull’aumento di fatto del loro orario di lavoro e la distruzione del contratto collettivo nazionale.

Secondo, la questione del disegno di legge 953, partito dal centrodestra durante il governo Berlusconi per iniziativa di Valentina Aprea (PdL), poi apprezzato da settori consistenti del centrosinistra (a cominciare da Luigi Berlinguer, padre dell’autonomia scolastica), che lo ha fatto proprio con qualche modifica, facendolo approvare dalla settima commissione della Camera in sede legislativa, e lo promuove in Senato (dove è arrivato il 13 novembre e ha cambiato numero diventando 3542) con tanto di firma di Maria Letizia De Torre, Maria Coscia e Manuela Ghizzoni (Pd). Non è sufficiente lo sbracciarsi del Pd per segnalare che da quel disegno di legge sono stati espunti il reclutamento diretto degli insegnanti da parte dei dirigenti e la trasformazione delle scuole in fondazioni (la qual cosa piaceva anche a Berlinguer), rimane chiaro che la direzione in cui punta quel testo è quello dell’aziendalizzazione delle scuole statali, che vengono fatte funzionare esattamente come quelle private e con queste vengono messe in competizione sul mercato.

La proposta infatti cancellerebbe gli organi collegiali previsti dai decreti delegati del 1974 (il collegio dei docenti, le assemblee degli studenti e dei genitori) attribuendo poteri sostanziali al consiglio dell’autonomia (che sostituisce il consiglio d’istituto, eletto tra le componenti della scuola), in primis quello di redigere e approvare lo statuto di ciascuna scuola e il piano dell’offerta formativa. Questo consiglio dell’autonomia può essere integrato con rappresentanti delle “realtà culturali, sociali, produttive, professionali e dei servizi”, vale a dire dei soci privati che potrebbero finanziare l’istituzione scolastica. I soggetti privati potrebbero inoltre entrare a far parte del “nucleo di autovalutazione dell’efficienza, dell’efficacia e della qualità complessive del servizio scolastico”. Le istituzioni scolastiche autonome potranno inoltre consorziarsi e “ricevere da fondazioni contributi finalizzati al sostegno economico della loro attività, per il raggiungimento degli obiettivi strategici indicati nel piano dell’offerta formativa” cioè per l’appunto gli obiettivi suggeriti dai rappresentanti delle fondazioni private integrati nel consiglio dell’autonomia.

Altro che autonomia! Questo concetto con cui il centrosinistra ha cercato per anni di mascherare i tagli, la frammentazione e la privatizzazione della scuola è ormai smascherato. Che ne sarà della libertà d’insegnamento? Delle istituzioni democratiche di autogoverno delle scuole? Del già fragile intervento in queste istituzioni degli studenti tramite le loro assemblee e i propri rappresentanti?

Terzo, il peggioramento delle condizioni di lavoro nella scuola e quindi della qualità dell’istruzione pubblica. I precari della scuola, ormai una proporzione significativa del personale docente e tecnico-amministrativo, stanno lottando da anni per vedere garantito il proprio diritto ad essere assunti a tempo indeterminato, e il diritto degli studenti di avere un minimo di continuità didattica. Questo governo continua nella linea tracciata dal precedente, determinando ulteriori licenziamenti con la legge Fornero sulle pensioni, che obbliga i docenti a rimanere in servizio oltre i 67 anni di età, impedendo il ricambio generazionale, pretendendo di riconvertire i docenti in esubero sui posti di sostegno agli alunni disabili, mandando i docenti inidonei a lavorare come personale tecnico-amministrativo. In questa situazione si inserisce la truffa del concorso della scuola, per un numero risibile di posti rispetto a quelli che sarebbero necessari (e disponibili, visto che sono coperti di anno in anno dai precari), sottoponendo ad una ulteriore prova concorsuale i precari pluriabilitati e formati anche in anni di esperienza sul campo.

Il movimento delle scuole, spesso sulla spinta dei coordinamenti precari già presenti sul territorio e che avevano già fatto una manifestazione nazionale contro il concorso-truffa il 22 settembre, si è organizzato in coordinamenti cittadini autorganizzati, trasversali rispetto alle appartenenze sindacali, in cui anzi è spesso forte lo scetticismo verso i gruppi dirigenti e le burocrazie dei sindacati della scuola, sia di quelli di base che dei confederali, che hanno dimostrato di non essere all’altezza del compito di difendere l’istruzione pubblica e i lavoratori. Il settarismo sindacale (dei piccoli come dei grandi) e le piattaforme spesso non in sintonia con la radicalità dei movimenti che si stanno esprimendo, stanno facendo crescere nei lavoratori della scuola la coscienza dell’importanza di autorganizzarsi.

Dopo le prime iniziative spontanee, come i flash-mob davanti al Miur convocati tramite catene di sms o facebook, le scuole hanno deciso di manifestare con uno spezzone insieme agli studenti al No Monti Day il 27 ottobre, in cui la buona partecipazione di migliaia di insegnanti ha collocato questo movimento nell’opposizione sociale al governo tecnico. Le illusioni che erano state create ad arte,su un governo composto in gran parte da professori universitari, dallo stile sobrio decisamente in discontinuità rispetto al governo precedente, si sono presto dissipate nella constatazione che le politiche economiche e sociali sono sostanzialmente le stesse di Berlusconi e Tremonti, e che in materia di attacchi alla scuola pubblica Profumo non ha niente da invidiare alla Gelmini.

La manifestazione del 10 novembre scorso, convocata dal Coordinamento delle scuole di Roma, è stata una dimostrazione che questo movimento ha raggiunto caratteristiche di massa, sia per la imponente partecipazione di circa 50mila docenti e studenti da tutte le scuole della provincia, sia per la qualità della partecipazione. Studenti e docenti hanno sfilato dietro gli striscioni delle tante scuole intervenute, urlando gli stessi slogan e riuscendo a far allungare la manifestazione, che inizialmente doveva finire nei pressi di piazza Venezia, fino al Miur a Trastevere. I sindacati che hanno aderito (Flc, Cobas, Unicobas, Usb, Usi) hanno testimoniato la propria presenza con qualche bandiera in fondo al corteo, ma il servizio più grande che hanno reso a questo movimento è stata la ricezione della necessità di mobilitarsi uniti sulle piattaforme radicali elaborate nelle assemblee delle scuole e dei coordinamenti.

Di fronte a questo livello di mobilitazione il governo è dovuto arretrare sulla questione dell’orario di lavoro, prima con qualche timida dichiarazione possibilista di Rossi Doria e dello stesso Profumo – che tuttavia ha rimandato la partita a dopo le elezioni, sperando in un probabile Monti bis – poi consegnando la faccenda agli emendamenti bipartisan nelle commissioni cultura e bilancio della Camera. Qui i deputati Pd, PdL e UdC si sono affannati per trovare una soluzione che consentisse di recuperare circa 200 milioni di euro e rimandare il taglio previsto tramite l’aumento di orario. Ovviamente i soldi sono usciti da ulteriori tagli alla scuola pubblica statale (che graveranno sul fondo d’istituto – ulteriore stimolo alle scuole a trovarsi i finanziamenti dalle fondazioni private – e sul personale tecnico-amministrativo), mentre i circa 223 milioni di finanziamento alle scuole private sono stati salvati grazie all’impegno del Pd, così come non sono stati messi in discussione le cifre ben superiori che il governo stanzia per l’acquisto dei cacciabombardieri F-35 o per mantenere le missioni militari all’estero.

Nonostante le rassicurazioni del governo e dei partiti che lo sostengono, il movimento non si è fermato e di nuovo il 14 novembre si è riversato nelle piazze di tante città italiane, insieme ai lavoratori e alle lavoratrici di tutta Europa in sciopero generale per contestare le politiche di austerità economica promosse dalla Banca centrale ed attuate dai governi di tutti i colori politici. Anche questa volta in piazza sono scesi in massa gli studenti, ormai in occupazione in molte scuole, con un corteo imponente e colorato, armati della gioia di manifestare in una bella giornata di novembre e dell’indignazione di dover subire la negazione del diritto all’istruzione e della speranza in un lavoro futuro, degno degli anni spesi a studiare.

La risposta del governo è stata come di un animale idrofobo stretto in un angolo, altro che professori e tecnici. Con i ragionamenti non sono stati capaci di convincere i lavoratori e gli studenti della ineluttabilità delle politiche per il risanamento dei conti pubblici, e allora le impongono con la forza. Il centro di Roma è stato blindato per impedire ai vari cortei di raggiungere piazza Montecitorio, dove tutti naturalmente sarebbero voluti confluire ad assediare un Parlamento che non rappresenta più che una minoranza di poteri forti. Quando la polizia si è trovata di fronte all’imponenza del corteo studentesco, un corteo assolutamente pacifico di studenti per lo più minorenni, a mani nude, ha caricato e pestato a sangue, non per fermare un corteo già fermo, ma per punire la volontà di partecipazione e di ribellione dei giovani scesi in piazza.

La repressione messa in atto il 14 novembre non riuscirà a spaventare questo movimento. Il Coordinamento scuole di Roma ha solidarizzato con gli studenti, ed è indispensabile che le prossime manifestazioni vedano sfilare ancora insieme gli insegnanti e il personale della scuola con le studentesse e gli studenti.

E’ necessario adesso che le scuole in movimento si organizzino su scala nazionale e costruiscano appuntamenti di mobilitazione unitari. I sindacati della scuola hanno convocato da tempo uno sciopero finto il 24 novembre, di sabato quando molte scuole sono chiuse e quando probabilmente la legge di stabilità avrà concluso il suo iter parlamentare, inserendo nelle piattaforme solo il problema degli scatti di anzianità e del rinnovo contrattuale. E’ necessario che il movimento si faccia sentire e imponga la propria piattaforma di mobilitazione, mettendo in discussione le idee di fondo che muovono i governi liberisti in tema di scuola.

Contro questo governo, sostenuto da tutte le principali forze politiche, è necessario mettere in campo un movimento di massa, ridare coraggio e coinvolgere tutte le categorie di lavoratori colpiti dalle politiche di austerità, dalla compressione dei diritti e dal peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Altrimenti si perderà anche su quello che oggi crediamo di essere riusciti a fermare.

Profumo ha già promesso di tornare sul tema dell’aumento dell’orario di lavoro, e d’altronde questa è una ricetta che era nella lettera di Trichet e Draghi al governo italiano del 5 agosto 2001: ridurre gli stipendi dei dipendenti pubblici; bloccare il turn over; utilizzare indicatori di performance per regolare gli stipendi nell’istruzione, nella sanità e nella giustizia; indebolire la contrattazione collettiva nazionale per tutti i lavoratori. Questo è il programma politico della Banca centrale europea, e quasi sicuramente ci troveremo a confrontarci con questo programma anche dopo le prossime elezioni. Per questo non è il momento di sedersi sugli allori, ma di rilanciare la mobilitazione.

 

16 novembre 2012

 

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2 Risposte to “I professori al lavoro contro i professori al governo”

  1. Fiorella D'Errico 17 novembre 2012 a 15:47 #

    Reblogged this on Passaggi and commented:
    La mobilitazione della Scuola Pubblica continua.

  2. aleang71 21 novembre 2012 a 20:14 #

    “Se è innegabile che una parte degli insegnanti svolga anche altre attività” e lo vogliamo accettare come fatto normale e corretto?!?

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