Sul disegno di legge 953 (ex Aprea)

22 Nov

 analisi testuale di Alessandra Orlando (RSU del ITCG Buonarroti di Frascati)

 

Al capo I Art.1 sono dettate le norme inerenti all’autonomia statutaria delle istituzioni scolastiche statali.

Ebbene al comma 2 il concetto costituzionale di scuola statale viene immediatamente contraddetto nella sua sostanza unitaria poiché così recita: “ogni istituzione scolastica autonoma ,che è parte del sistema nazionale di istruzione, concorre ad elevare il livello di competenza dei cittadini della Repubblica” ma immediatamente corregge il tiro riferendosi alle “comunità locali” che essa dovrebbe far crescere, come sottolineato nel comma 5 ove si legge:

”gli organi di governo delle istituzioni scolastiche promuovono il patto educativo tra scuola, studenti e comunità locali,

valorizzando, ribadisce (tra l’altro):

“le azioni formative ed educative in rete nel territorio, quali i piani formativi territoriali”.

Alla riuscita del progetto locale contribuiscono “altresì” le realtà culturali, sociali, produttive, professionali e dei servizi, ciascuna secondo i propri compiti e le proprie attribuzioni.

 

All’Art 2 si fa riferimento al Consiglio di Autonomia, il cui acronimo, C.d.A., manifesta un allarmante assimilazione al consiglio di amministrazione aziendale; infatti all’art. 3 comma C si legge che esso: “ approva accordi e convenzioni con soggetti esterni e definisce la partecipazione ai soggetti di cui all’art.10”

ed all’art.10 si legge: “Le autonomie scolastiche possono ricevere contributi da fondazioni finalizzati al sostegno economico delle loro attività, per il raggiungimento degli obiettivi strategici indicati nel P.O.F. e per l’innalzamento degli standard di competenza

(espressione sulla quale si dovrà tornare)

dei singoli studenti e della qualità complessiva della istituzione scolastica.

 

L’art. 3 chiarisce che il C.d.A. sostituisce il Consiglio di Istituto, e le sue funzioni saranno determinate su proposta del dirigente Scolastico,come il POF, il conto consuntivo, la nomina dei componenti del comitato di autovalutazione di cui il D.S, non farà parte, ma che designerà i componenti, c’è da sospettare fra quelli a lui più graditi e meno indipendenti.

 

L’art. 4 riguarda la composizione del consiglio d’autonomia, il c.d.a., di cui faranno parte

a) Il dirigente scolastico

b) due membri esterni

il DSGA senza diritto di voto ma con funzione di segretario del consiglio, gli studenti minorenni non avranno diritto di voto per due capisaldi come il conto consuntivo ed il programma annuale

Docenti, genitori e studenti saranno in numero paritario.

 

L’art. 5 c.1 recita: Il dirigente ha la legale rappresentanza dell’Istituzione e, sotto la propria responsabilità gestisce le risorse umane, finanziarie e strumentali e risponde dei risultati del servizio agli organismi istituzionalmente e statutariamente competenti”

Esattamente, inutile sottolinearlo, come un manager al c.d.a. aziendale.

Al comma 1 bis si rincara la dose a scanso di equivoci.

Alle parole “nel rispetto delle competenze degli organi collegiali scolastici “ sono state sostituite le parole” Nel rispetto delle competenze del C.d.A. e del consiglio dei docenti”

 

Tiriamo alcune conclusioni da questi articoli.

E’ innanzitutto piuttosto evidente il fine di polverizzare l’Istituzione scolastica statale – in spregio all’art.33 della Costituzione – in piccole scuole locali rispondenti ai desiderata dei finanziatori privati.

E’ inoltre da rileggere in questa luce , piuttosto sinistra, la funzione del Piano dell’offerta formativa.

Ebbene esso sembra ormai costituire la testa d’ariete in grado di produrre un’ampia e forse irreparabile breccia nella scuola come ente di formazione del cittadino, della sua coscienza civica, e lo stesso POF. costituirà lo strumento atto a subordinare la professione docente alle richieste ed alle regole dettate, non più dalla deontologia professionale, ma a quelle della cosiddetta “realtà territoriale” per raggiungere i propri fini.

 

Una scuola ridotta al rango ancillare di interessi commerciali dovrà necessariamente tenere in considerazione i requisiti essenziali dell’immagine da rimandare all’esterno, all’autopresentazione, secondo canoni analoghi a quelli della pubblicità.

Chissà se presto non avremo nel C.d.a. la figura imprescindibile di un “creativo”, come amano designarsi i persuasori occulti.

La scuola dovrà dotarsi degli strumenti tipici del marketing, visto che sarà un prodotto da vendere ai clienti-utenti, un tempo studenti.

 

Leggiamo all’Art. 6: Consiglio dei docenti

C1: “ Il Consiglio dei docenti e le sue articolazioni , dovrebbe progettare le attività didattiche e di valutazione collegiale degli alunni” in base ai dettami dello Statuto che già sappiamo essere autonomo nel senso che deve accogliere i “piani formativi territoriali” con il “contributo delle realtà culturali, sociali e produttive locali”(ART 2 capoI)

Al c.2 ribadisce : “ Il consiglio dei docenti opera anche per commissioni, dipartimenti, consigli di classe, ai fini dell’ealborazione del POF, mantiene un collegamento costante con gli organi che esprimono le posizioni degli alunni, dei genitori, e delle comunita’ locali”.

Ecco allestita quindi la scola a richiesta, la scuola clientelare, la scuola che ha abdicato al proprio ruolo di ente formativo di coscienza civica, culturale, umana.

Sarà la scuola asservita ai finanziatori, ai clienti –utenti alla realtà esistente, i cui docenti saranno piegati ai desideri ed ai fini delle realtà localistiche di piccolo e piccolissimo cabotaggio,con la conseguente frantumazione e polverizzazione dell’Istruzione in innumerevoli realtà strapaesane, oltretutto in concorrenza tra loro per attirare finanziatori e clienti-utenti.

Un autentico capolavoro culturale.

Come sarà possibile conciliare questo asservimento dei docenti, questa balcanizzazione della scuola con l’art.33 della Costituzione repubblicana? “ L’arte e la scienza sono liberi e libero ne è l’insegnamento” La repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e i gradi.

Ebbene il disegno di legge Aprea è in netto contrasto con questi principi costituzionali punto per punto. Ci troviamo , purtroppo dinnanzi ad una deriva senza precedenti.

 

Ancora all’articolo 6 comma 5 si legge:

“ I docenti, nell’esercizio della propria Funzione, valutano i livelli di apprendimento degli alunni e ne certificano le competenze in coerenza con i profili formativi ed i requisiti in uscita relativi ai singoli percorsi di studio e con il piano dell’offerta formativa dell’istituzione scolastica.

 

Soffermandoci ad analizzate alcuni termini risulterà chiaro che l’insegnante, lungi dall’essere libero, dovrebbe svolgere la mera funzione impiegatizia di adeguare passivamente la propria docenza ai fini prestabiliti da un’offerta (si noti il termine commerciale) formativa dettata da altri.

 

Si ridurrebbe ad un pieghevole strumento in mano altrui, dovrebbe non già elaborare un efficace metodo didattico per raggiungere fini precipuamente culturali, ma fini etero-diretti e meramente funzionali ed organici all’apparato che li richiede e li impone.

A sua volta l’alunno verrebbe trasformato non già in un cittadino pensante in possesso

– certo – di un bagaglio di CONOSCENZE ampiamente applicabili, ma in uno strumento adeguato ed adeguatamente predisposto ad eseguire mansioni funzionali all’apparato che le richiede e le impone.

In un processo di omologazione acritica dei saperi, necessari non già al cittadino, ma all’esecutore.

 

Ci troviamo di fronte alla concreta realizzazione della morte del pensiero critico e per questo sostanzialmente innovatore e modificatore della realtà data. Ci troviamo nel luogo del passivo adeguamento.

Il pensiero critico è sempre stato fonte di pericolo per la tirannide, ora siamo giunti – finalmente – alla realizzazione del pensiero unico standardizzato nelle competenze.

Al mero saper fare, ove tutto il lavoro preparatorio svolto nella scuola deve tendere al fine della mera applicazione ed esecuzione, non già all’elaborazione critica del pensiero.

 

Si legge più avanti ,a proposito dei NUCLEI DI AUTOVALUTAZIONE

Art. 8: c.2 “ Il nucleo di autovalutazione (che deve comunque comunque prevedere la presenza di un non meglio definito convitato di pietra , alias “soggetto esterno”) coinvolgendo gli operatori scolastici (ecco questa è la nostra nuova designazione) gli studenti, le famiglie, predispone un rapporto annuale di autovalutazione , anche sulla base dei criteri ,degli indicatori nazionali e degli altri strumenti di valutazione forniti dall’invalsi.

Tale rapporto è assunto come parametro di riferimento per l’elaborazione del POF, nonché della valutazione esterna della scuola, realizzata secondo le modalità che saranno previste dallo sviluppo del sistema nazionale di valutazione.

 

ART. 10c.1:” Le autonomie scolastiche possono altresì ricevere contributi da fondazioni finalizzati al sostegno delle proprie attività, per il raggiungimento degli obiettivi strategici indicati nel pof e per l’innalzamento degli standard di competenza dei singoli studenti e per la qualità complessiva dell’istituzione scolastica,

ferme restando le competenze degli organi di cui all’art.11 della presente legge, e cioè del già menzionato CONSIGLIO DELLE AUTONOMIE SCOLASTICHE.

Il cerchio si chiude.

 

SAPERI STANDARD:

In due articoli non si parla d’atro che di STANDARD E DI STANDARD DI COMPETENZA E DI PARAMETRI STANDARD.

L’insistenza su questo termine-standard- suscita più di una perplessità, direi un allarme sul PRODOTTO SERIALE che i cosiddetti “operatorio scolastici” (non più docenti) dovrebbero sfornare.

Infatti dal Devoto-Oli Standardizzare significa:

“Nel linguaggio economico (dal quale del resto sono tratte tutte le metafore della nuova scuola) significa uniformare prodotti industriali al livello medio della produzione in serie. Estensivamente e figurativamente ( sempre dal Devoto Oli): Ricondurre a un tipo o livello medio con conseguente annullamento delle caratteristiche distintive.

Sinonimo: SPERSONALIZZARE.

Il linguaggio evidenzia in modo lampante la forma mentis da cui è generata la riforma, nonché il suo fine.

Oggi infatti il luogo delle decisioni è l’economia: E’ l’economia a dettare legge alla politica, che ha ormai abdicato al proprio ruolo di guida:

L’economia non già di individui pensanti ma di tecnici –esecutori:

Già Platone aveva compreso che :

”Le tecniche sanno come si devono fare le cose

ma non sanno se quelle devono essere fatte

e perché devono essere fatte (Platone “Alcibiade minore”)

 

Di qui l’insistenza sullo standard di competenze tecniche finalizzate a quel mutamento radicale di mentalità che produce un altrettanto radicale mutamento antropologico, così come preconizzato e paventato sin dal 1946 da Gunther Anders, secondo il quale il sapere puramente tecnico la pura applicazione della tecnologia ribaltano il principio della prevalenza dell’agire sul fare.

Agire significa compiere delle azioni per il raggiungimento di uno scopo, mentre il FARE

(il Saper fare la PURA COMPETENZA) è un puro eseguire un compito a prescindere dagli scopi finali, che possono essere sconosciuti all’esecutore o che comunque lo deresponsabilizzano.

 

(Mi domando chi sia mai stato più efficiente e competente degli esponenti nazisti e delle ss nel trucidare rapidamente e con estrema precisione milioni di persone. Furono efficientissimi nell’applicare regole standardizzate e parametri quantitativi. Quanto alle responsabilità è a tutti noto che si difesero a Norimberga sostenendo d’essere stati esecutori di ordini).

 

Ecco la standardizzazione del sapere, la COMPETENZA su cui tanto si insiste, l’introduzione nella scuola di parametri di misurazione basati sul semplice sapere acritico del vero-falso mutuato dal codice binario, che è atto ,forse, a produrre un sapere squisitamente quantitativo in contrapposizione a quello qualitativo che richiede non già risposte precostituite e rigide, ma l’elaborazione del pensiero. Le menti critiche sono le più pericolose per un sistema standardizzato, per un sistema che tenda all’omologazione servizievole.

Nel suo indimenticabile discorso in difesa della scuola pubblica Calamandrei ,nel 1946, perorava così :

” La democrazia non è la tirannia della quantità sulla qualità ma deve, per dare i suoi frutti, essere consapevole scelta dei valori individuali operata non in una ristretta cerchia di privilegiati della cultura, ma nell’ambito di tutto un popolo reso capace dall’istruzione di giudicare i più degni(…) tutti gli inconvenienti, anche i più gravi, possono essere corretti dalla scuola: è la scuola che sola può dare ad ogni uomo quel senso di responsabilità e di consapevolezza politica che si richiede in chi è chiamato a scegliere liberamente isuoi governanti”.

E più avanti :” La democrazia non può reggersi a lungo sugli analfabeti, perché ha bisogno per vivere non della soggezione e dell’inerzia ma del CONSAPEVOLE concorso ATTIVO di tutti i CITTADINI. Per questo negli ordinamenti democratici la scuola ha un valore politico ma si potrebbe dire “costituzionale”, i meccanismi della Costituzione Democratica sono costruiti infatti per essere adoprati non dal gregge dei sudditi inerti, ma dal popolo dei cittadini responsabili : TRASFORMARE I SUDDITI IN CITTADINI E’ UN MIRACOLO CHE SOLO LA SCUOLA PUO’ COMPIERE”.

 

In un altro intervento di alcuni anni più tardi, nel 1950, Calamandrei, difendendo l’art.33 della Costituzione, così si esprime:

Noi dobbiamo mettere l’accento su quel comma dell’art. 33 della Costituzione che dice così: La Repubblica detta le norme generali dell’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e i gradi”

 

Dunque gli attentati alla scuola pubblica, al ruolo democratico e civico che essa adempie non sono nuovi, di tanto in tanto riemergono come ombre minacciose sulla sua libertà, sulla libertà di insegnamento, che è il cardine del confronto di cui la scuola è luogo privilegiato; non un a scuola standardizzata, di partito, di religione , di azienda, di paese, ma la scuola in cui tutte le idee e le componenti diverse si confrontino, la SCUOLA DI TUTTI, Perciò DELLO STATO.

A tal proposito si legga l’art 13 dell’Aprea SUL RECLUTAMENTO DEI DOCENTI, assunti, “secondo le esigenze della programmazione degli istituti afferenti ad ogni rete di scuole” tramite “concorsi a cui possono accedere elusivamente gli iscritti agli albi regionali”.

Insegnanti regionali ed albi regionali in un momento di pericolose spinte centrifughe e derive secessioniste, in cui la scuola di stato funge ancora da legante e da puntello unificante. E non basta insegnanti graditi alla regione, di più, anche alla SINGOLA SCUOLA AZIENDA.

 

Art. 13 c.2” Il reclutamento avviene per un triennio con vincolo di permanenza nella istituzione scolastica di assegnazione. Al termine del triennio, l’istituzione scolastica conferma il docente in ruolo sulla base della valutazione dell’attività didattica svolta”. Con quali conseguenze sulla libertà di insegnamento sancita dall’art.33 della Costituzione, è facile immaginare.

 

L’apoteosi del clientelismo, dell’asservimento alla logica aziendalistica è poi raggiunto dallo

Art:14.c.1 Articolazione della professione docente La professione docente è articolata nei tre distinti livelli di docente ordinario, docente esperto e docente senior, cui corrisponde un distinto riconoscimento giuridico ed economico della professionalità maturata.”

 

 

Naturalmente ai primi nella scala spettano compiti sovraordinati di direzione, del peones sottoposto, sebbene ciò non implicherebbe “sovra ordinazione gerarchica”, il che sa tanto di excusatio non petita.

Ma questo è solo un assaggio dell’articolo.

 

Dati tutti questi spaventosi vincoli, alla fine , quasi si fossero resi conto della cancellazione di fatto della libertà di insegnamento, viene aggiunto un articoletto tanto vago quanto breve, una sorta di toppa finale :

ART:16 :Al fine di garantire l’autonomia della professione docente e la libertà di insegnamento, è istituita una (non meglio precisata) specifica area di contrattazione dei docenti.

Chi e con chi dovrebbe contrattare cosa?.

Anche qui l’intervento di Calamandrei datato 1950 è precorritore, oppure gli estensori della legge l’hanno letto bene APPOSTA PER CAPOVOLGERLO?

Vi si legge infatti che la scuola di domani si potrebbe trasformare in scuola totalitaria “da scuola democratica in scuola di partito. E poi c’è un altro pericolo forse ancora più grave. E’ il pericolo del disfacimento morale della scuola. Questo senso di sfiducia, di cinismo, più che di scetticismo che si va diffondendo nella scuola (…) è molto significativo: Queste idee semplici, il fare il proprio dovere, il fare lezione.

E che la scuola- continua,- sia una scuola del carattere, formatrice di coscienze, formatrice di persone oneste e leali: Si va diffondendo l’idea che tutto questo è superato, che non vale più.

Oggi _seguita Calamandrei_ valgono appoggi, raccomandazioni, tessere di partito o una parrocchia.”

Certo è evidente che un insegnante così vincolato all’azienda, così costretto ad ADDESTRARE ALUNNI, ad INCULCARE loro i dettami dell’azienda per cui lavora, se vuole lavorare, non potrà né essere libero, né insegnare la libertà, che consiste nella problematizzazione costitutiva del pensiero critico, ma dovrà farsi misero ripetitore di saperi etero diretti e precostituiti.

 

La scuola rispondente alle “RICHIESTE DEL TERRITORIO”, la scuola che non riesce a mantenere quel necessario rapporto di distanza tra scuola e vita esterna, ma che deve anzi passivamente accogliere le istanze della società, a quella verrebbe asservita, come avvertono studiosi di fama quali Giulio Ferroni, il linguista Jean Claude Milner (De l’école 1984) E Jaques Muglioni (Le gauche et l’école) che dipanano una approfondita analisi sul senso dell’istruzione e della scuola.

Essa non deve essere la mera dispensatrice di nozioni e di competenze immediatamente spendibili sul mercato e da quel mercato (peraltro in rapida trasformazione) imposte, ma luogo di elaborazione e pungolo critico della società. “Preservare l’indipendenza della scuola in rapporto alla società esterna è preservare l’avvenire ed il sapere. La scuola , argomenta Muglioni, non è l’apertura, come va di moda dire, ma la separazione”. E’questo infatti l’unico mezzo per salvare la libertà. Ancora Muglioni “La scuola propone il contrario dell’adattamento, essa vuole essere un luogo nel quale si apprende ad essere lucidi e liberi in rapporto alla società, ai suoi pregiudizi, alle sue ingiustizie.” Se il territorio, l’azienda , il commercio entra nella scuola, la società non sarà cambiata dalla scuola ma “ la società cambia la scuola, la forgia a sua immagine al fine di non trovare di fonte a quella alcun potere di contestazione”.

Per questo , argomenta il Prof. Ferroni, “la rottura della separazione tra scuola e vita ha portato alla più profonda chiusura della scuola” alla distruzione della critica, alla sua totale subalternità ai dettami del momento.

L’autonomia e la territorialità sono in realtà dei termini mistificatori e delle elucubrazioni linguistiche che vorrebbero coprire una realtà assai più banale che muove da intenti di tipo economico e che mirano al taglio drastico della spesa statale.

Così Ferroni:” L’autonomia si configura come strumento per affidare la scuola al libero mercato, per affermare e stimolare la propria identità nella concorrenza, a trovare di propria iniziativa fonti di finanziamento ecc. in stretta aderenza alle tendenze economiche vincenti, si delineata l’immagine della scuola-azienda, guidata naturalmente dal preside-manager, sostenuta dal fresco vento della libera iniziativa”.

 

Tutto ciò scardina in realtà la vera autonomia della scuola pubblica, infatti nell’ottica della legge ex Aprea “l’autonomia che è oggi all’ordine del giorno ha un’accezione ed un valore praticamente opposti a quelli ch a lungo sono stati attribuiti all’autonomia dell’insegnante , legate al principio liberale, sancito dalla Costituzione della repubblica italiana, della libertà di insegnamento”. Infatti per essere tale il docente deve essere libero dai condizionamenti dei clienti, del C.D.A. , dei finanziatori.

L’insegnante invece non dovrà più dialogare con la classe, ma dovrà adattarsi -.ed adattare l’alunno- ad obiettivi pianificati dall’esterno, e sarà tanto più apprezzato quanto più capace di aderire e far aderire lo studente alle richieste del mondo esterno, a meccanismi sociali precostituiti. Sarà la scuola ridotta al rango ancillare del mercato (anche quello rionale) magari alla banca, alla casa da gioco vicina..

L’insegnante libero non può essere assoggettato al ricatto di un sistema premiale di istituto, alla gerarchizzazione interna, ai criteri di valutazione legati all’aderenza ed alla capacità di eseguire i dettami imposto dall’alto ( o dal basso, dipende dai punti di vista).

La scuola a sua volta sarebbe la scuola del paese, la scuola che vale qui e non lì, disgregatrice e preda di derive razzistiche e secessionistiche in un mondo globalizzato; non dispensatrice di valori universali, ma attenta al mercato e a strapaese.

 

Frascati 20 Novembre 2012

 

Alessandra Orlando

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